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2 marzo 2010.

In queste ore parecchi amici mi hanno chiesto con grande sorpresa come mai, dopo nemmeno pochissimo tempo dalla sua fondazione, il sottoscritto sia uscito dal "partito politico" chiamato "Democrazia Atea", pur essendone stato il fondatore: nonostante io non abbia nulla da giustificare riguardo alle mie scelte, sento comunque il dovere di fare delle precisazioni per spezzare una lancia a favore della bontà intrinseca sia del proposito mio che dell'urgenza d'avere, nel panorama politico italiano, un partito senza compromessi, in contrapposizione alla Chiesa ed ai suoi lacchè.
Lo faccio perchè sin dall'inizio l'idea di un partito-collettore di atei ha ricevuto, stranamente, ingiustificate critiche persino dal mondo ateo (o meglio, da certuni atei nominali, promotori di partiti tradizionali), anzichè entusiasmo e proposte. La colpa è stata sia del malaugurato nome dato (non da me) al partito, che di fattori molto più seri.

Il panorama ateo nostrano rispecchia, purtroppo, la situazione che persiste atavicamente in tanti altri campi: devo ammettere in tutta onestà che molti sedicenti atei italiani siano, in sostanza, molto faciloni o molto inutilmente pedanti, e fondamentalmente caratterizzati da vizi peggiori di quelli dei credenti cui dicono d'opporsi.
Molti di loro non capiscono che da soli non si possa cambiare nulla, specie in questo paese: l'ateo-isola è inutile persino a se stesso. Molti altri, invece, non desiderano seguire un'idea coerente (delegando quindi la decisione di governo a partiti che ne hanno una, sorvolando però sulle gravi responsabilità delle religioni), incapaci di capire che "essere atei" non implica certo non seguire un concetto lineare e coerente, perché senò non saresti "libero di pensare" o "di non avere schemi" (i credenti sono prevalentemente coerenti e coesionati verso un'idea-simbolo, indipendentemente dal fatto che essa sia erronea). Ovvio è che nessuno impedisca di votare per chicchessia, all'ateo che si accontentasse di vivere per sé, pur sapendo che le religioni plagiano, ingeriscono e sfruttano: occorrerebbe però rendersi conto che, qualora gli effetti della preferenza si risolvessero in un nulla di fatto, non si dovrebbe avere la pretesa di chiedersi in cosa si sia sbagliato.
Occorrerebbe, piuttosto, un'azione diretta nel cuore del problema: creando un partito "ateo", mi proponevo il fine d'organizzare un collettore d'azione, che avrebbe dovuto porsi degli obiettivi drastici, di modo che gli atei smettessero di regalare il loro voto ai soliti partiti che, per timore e ignoranza, invariabilmente l'avrebbero rivenduto alla Chiesa. Non l'ho fatto nella pretesa di "comandare" (per mia modestia, mi situo meglio a suggerire da dietro le quinte), ma per coscienza: anzi, ho invitato molte persone a dire la loro opinione e a proporsi politicamente, senza però ricevere alcuna risposta, a parte ulteriori critiche ed il tipico dileggio degli utili idioti.
So bene che un "partito ateo" sia qualcosa di molto arduo da mettere in piedi, e ciò non perchè l'ateismo sarebbe un'ideologia, uno "stile di vita", un'"attitudine individualista" od altro. L'ateismo è uno strumento oppositivo che si prefigge uno scopo: conseguito il quale, esso cederà il posto alla società veramente democratica, razionalmente ordinata e laica. Tale scopo non deve e non può prescindere da una direttiva di base, che contempla l'attacco prima ideologico e poi economico alla Chiesa.
Per quanto riguarda il primo punto, è necessario che il cittadino capisca che non esistono divinità, fuorchè tratte da distorsioni della realtà e trasformate in icone di soggezione: se non farai capire al cittadino per prima cosa questa essenziale evidenza, non sarà possibile passare al secondo punto. A questo si riduce, in sostanza, l'azione di partito: solamente dopochè saranno soddisfatte queste condizioni d'azione ad un livello perlomeno di sensibilizzazione culturale, sarà possibile passare a proporre piani programmatici relativi a tutti gli altri ambiti dell'andamento della Cosa Pubblica, che possono comunque essere contemplati previamente in sede propositiva.
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